Due persone versano la stessa somma all'INPS nel corso di tutta la carriera, ma ricevono pensioni molto diverse. Non c'entrano né la fortuna né la categoria di lavoro: conta il momento in cui decidono di smettere di lavorare. Nel sistema contributivo, che oggi riguarda in tutto o in parte la quasi totalità dei lavoratori italiani, l'età di uscita è uno dei fattori che più incidono sull'importo dell'assegno. Eppure è anche uno dei meno compresi.

Il dibattito pubblico parla soprattutto di requisiti: quanti anni servono, quante finestre, quali deroghe. Molto meno spazio va a una domanda più concreta: a parità di contributi versati, quanto vale un anno in più o in meno di lavoro? Per rispondere bisogna guardare dentro il calcolo, cioè montante, rivalutazione e coefficienti di trasformazione, e poi alle soglie che decidono se una pensione può essere liquidata in anticipo oppure no.

Il calcolo contributivo in tre passaggi

Il metodo contributivo, introdotto dalla riforma Dini (legge 335 del 1995), funziona in modo simile a un salvadanaio con un tasso d'interesse fissato per legge. I passaggi sono tre.

Il montante. Ogni anno una percentuale della retribuzione lorda viene accreditata sul conto previdenziale individuale. Per i lavoratori dipendenti del settore privato l'aliquota di computo è il 33% della retribuzione imponibile: il 9,19% è a carico del lavoratore, il resto è pagato dal datore di lavoro. Artigiani, commercianti e iscritti alla Gestione separata hanno aliquote diverse, in genere più basse per gli autonomi. La somma dei contributi accumulati si chiama montante contributivo.

La rivalutazione. Ogni anno il montante viene rivalutato con un tasso legato alla crescita dell'economia. Non si usa l'inflazione e nemmeno il rendimento di un mercato finanziario, ma la variazione media quinquennale del PIL nominale calcolata dall'ISTAT.

La trasformazione in rendita. Al momento del pensionamento il montante viene moltiplicato per un coefficiente di trasformazione, che dipende soltanto dall'età di uscita. Il risultato è la pensione annua lorda, pagata in tredici mensilità.

Il terzo passaggio spiega perché l'età conta tanto. Il coefficiente cresce con l'età perché un assegno che parte più tardi verrà pagato, in media, per meno anni. Il sistema è costruito in modo che il valore complessivo atteso delle rate resti coerente con quanto versato: chi esce prima riceve una rata più bassa per un periodo atteso più lungo, chi esce dopo una rata più alta per un periodo atteso più breve.

Chi è interessato dal calcolo contributivo

Non tutti i pensionati attuali hanno una pensione interamente contributiva, ma la quota di chi ce l'ha cresce ogni anno. I gruppi sono tre.

Chi al 31 dicembre 1995 aveva almeno 18 anni di contributi è rimasto nel sistema retributivo, basato sulle ultime retribuzioni, fino al 2011. Dal 1° gennaio 2012, con la riforma Fornero, anche per loro i contributi successivi sono calcolati con il metodo contributivo, secondo il criterio del pro rata.

Chi al 31 dicembre 1995 aveva meno di 18 anni di contributi ha una pensione mista: la parte maturata fino al 1995 è calcolata con il retributivo, quella successiva con il contributivo.

Chi ha iniziato a versare dal 1° gennaio 1996 in poi è un contributivo puro: tutta la pensione dipende da montante e coefficiente. È a questo gruppo che si applicano le regole più severe sulle soglie minime, illustrate più avanti.

Per i misti il peso dell'età di uscita è minore, perché il coefficiente agisce solo sulla quota contributiva. Per i contributivi puri, invece, il coefficiente determina l'intero assegno.

Come cresce il montante e perché la rivalutazione arriva in ritardo

Il tasso di rivalutazione è la media della crescita del PIL nominale nei cinque anni precedenti. Per le pensioni con decorrenza nel 2026 l'ISTAT ha fissato un coefficiente di capitalizzazione pari a 1,040445, cioè una rivalutazione di circa il 4,04%. Con questo tasso, un montante di 100.000 euro diventa circa 104.044 euro. È il quarto aumento consecutivo dopo l'anno negativo legato al crollo del PIL durante la pandemia.

Il tasso è positivo quando l'economia cresce in termini nominali, quindi includendo l'inflazione. Il ciclo inflazionistico del 2022-2023 ha fatto salire la crescita nominale e, di conseguenza, la rivalutazione dei montanti degli anni successivi. Nei periodi di stagnazione o recessione, invece, il tasso scende. In due casi, il 2014 e il 2021, è stato addirittura negativo. La legge, però, impedisce che il montante si riduca in valore assoluto. Per il 2014 una norma del 2015 ha neutralizzato la svalutazione. Per il 2021 il valore negativo non applicato è stato recuperato abbattendo la rivalutazione dell'anno successivo.

C'è poi un ritardo meccanico che pochi considerano. La rivalutazione si applica al montante accumulato fino al 31 dicembre di due anni prima della decorrenza della pensione. Per chi va in pensione nel 2026, quindi, i contributi versati nel 2025 e quelli del 2026 entrano nel montante senza essere rivalutati. È uno dei motivi per cui le simulazioni semplificate tendono a sovrastimare leggermente l'assegno.

I coefficienti in vigore e perché continuano a scendere

I coefficienti di trasformazione sono fissati con decreto del Ministero del Lavoro e aggiornati in base alla speranza di vita calcolata dall'ISTAT. Il primo aggiornamento è entrato in vigore nel 2010. Le revisioni sono state poi triennali e, dal 2019, sono diventate biennali. Lo stesso adeguamento ha esteso la tabella fino a 71 anni.

I valori in vigore per il biennio 2025-2026 sono stati stabiliti dal decreto del 20 novembre 2024 e sono più bassi di quelli del biennio precedente. La riduzione va da circa l'1,5% a 57 anni a circa il 2,2% a 71 anni. Riflette il recupero della speranza di vita dopo il calo registrato negli anni della pandemia, che aveva portato a un aumento eccezionale dei coefficienti nel 2023-2024.

html

<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Età all'uscita</th>
      <th>Coefficiente in vigore dal 1996 al 2009</th>
      <th>Coefficiente 2023-2024</th>
      <th>Coefficiente 2025-2026</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>57 anni</td>
      <td>4,720%</td>
      <td>4,270%</td>
      <td>4,204%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>60 anni</td>
      <td>5,163%</td>
      <td>4,615%</td>
      <td>4,536%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>62 anni</td>
      <td>5,514%</td>
      <td>4,882%</td>
      <td>4,795%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>64 anni</td>
      <td>5,911%</td>
      <td>5,184%</td>
      <td>5,088%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>65 anni</td>
      <td>6,136%</td>
      <td>5,352%</td>
      <td>5,250%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>67 anni</td>
      <td>non previsto</td>
      <td>5,723%</td>
      <td>5,608%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>68 anni</td>
      <td>non previsto</td>
      <td>5,931%</td>
      <td>5,808%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>69 anni</td>
      <td>non previsto</td>
      <td>6,154%</td>
      <td>6,024%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>70 anni</td>
      <td>non previsto</td>
      <td>6,395%</td>
      <td>6,258%</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>71 anni</td>
      <td>non previsto</td>
      <td>6,655%</td>
      <td>6,510%</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>

Il confronto con i valori originari della riforma Dini mostra la tendenza di lungo periodo. Nel 1996 il coefficiente più alto della tabella, a 65 anni, era il 6,136%. Oggi a 65 anni è il 5,250%, e per avere un coefficiente simile a quello di allora bisogna uscire a 70 anni. In trent'anni, insomma, la stessa rendita richiede circa cinque anni di età in più.

I valori per il biennio 2027-2028 saranno fissati con un nuovo decreto, che deve recepire le stime ISTAT più recenti sulla speranza di vita. Fino alla sua pubblicazione restano validi solo i coefficienti 2025-2026. Le proiezioni circolate finora vanno trattate come stime, non come dati ufficiali.

C'è infine un dettaglio tecnico: chi esce a un'età intermedia, per esempio 64 anni e 5 mesi, non riceve il coefficiente dei 64 anni pieni. L'INPS calcola un valore interpolato tra quello dell'età compiuta e quello dell'età successiva, in proporzione ai mesi.

Stesso montante, età diversa

Per isolare l'effetto dell'età conviene fissare il montante. L'esempio seguente usa un montante di 300.000 euro, un valore plausibile per un lavoratore dipendente con una carriera lunga e retribuzioni medie, e applica i coefficienti 2025-2026. Gli importi sono lordi, prima dell'IRPEF.

html

<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Età all'uscita</th>
      <th>Coefficiente 2025-2026</th>
      <th>Pensione annua lorda</th>
      <th>Rata mensile lorda (13 mensilità)</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>60 anni</td>
      <td>4,536%</td>
      <td>13.608 euro</td>
      <td>1.047 euro</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>64 anni</td>
      <td>5,088%</td>
      <td>15.264 euro</td>
      <td>1.174 euro</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>65 anni</td>
      <td>5,250%</td>
      <td>15.750 euro</td>
      <td>1.212 euro</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>67 anni</td>
      <td>5,608%</td>
      <td>16.824 euro</td>
      <td>1.294 euro</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>69 anni</td>
      <td>6,024%</td>
      <td>18.072 euro</td>
      <td>1.390 euro</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>71 anni</td>
      <td>6,510%</td>
      <td>19.530 euro</td>
      <td>1.502 euro</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>

Con lo stesso montante, uscire a 67 anni invece che a 64 produce un assegno più alto di circa il 10%. Uscire a 71 anni produce un assegno più alto di circa il 28%. Il calo dei coefficienti si vede bene confrontando i bienni. Con gli stessi 300.000 euro, chi è andato in pensione a 67 anni nel 2024 riceveva 17.169 euro lordi l'anno. Chi esce alla stessa età nel 2025 o nel 2026 ne riceve 16.824, circa 345 euro in meno all'anno, per tutta la durata della pensione.

L'effetto reale è più ampio del solo coefficiente

La tabella precedente sottostima la differenza tra le diverse età di uscita, perché tiene fermo il montante. Chi resta al lavoro tre anni in più, invece, continua a versare contributi e il montante già accumulato continua a essere rivalutato.

Consideriamo lo stesso lavoratore con 300.000 euro di montante a 64 anni e una retribuzione lorda di 35.000 euro l'anno. Restando al lavoro fino a 67 anni accredita ogni anno 11.550 euro di contributi, pari al 33% della retribuzione. Ipotizziamo una rivalutazione del 3% annuo, un valore inferiore a quello del 2026 ma vicino alle medie di lungo periodo. A 67 anni il montante sarebbe di circa 363.500 euro. Applicando il coefficiente del 5,608%, la pensione annua lorda diventa circa 20.390 euro, cioè circa 1.570 euro lordi al mese.

Il confronto quindi non è tra 1.174 e 1.294 euro al mese, ma tra 1.174 e circa 1.570 euro: un aumento di circa un terzo per tre anni di lavoro in più. Il calcolo è semplificato, perché ignora il ritardo nella rivalutazione e le variazioni di stipendio, ma l'ordine di grandezza è realistico. Nel contributivo l'età di uscita agisce due volte: aumenta il montante e migliora il coefficiente.

L'altro lato della scelta è altrettanto concreto. Chi esce prima riceve l'assegno per più anni, e tre anni di pensione in più non sono pochi. Il sistema è costruito per essere tendenzialmente neutrale in media, ma la media non tiene conto delle condizioni di salute, della speranza di vita individuale o di altri redditi. Per questo non esiste un'età giusta per tutti: esiste un costo, misurabile, di ogni anno di anticipo.

Le soglie che decidono chi può uscire prima

Per i contributivi puri l'età non pesa solo sull'importo: decide anche se si può andare in pensione. Le regole in vigore prevedono soglie minime di importo, espresse in multipli dell'assegno sociale, che nel 2026 vale 546,24 euro al mese.

Pensione anticipata contributiva. Si può uscire a 64 anni con almeno 20 anni di contribuzione effettiva, cioè versata, volontaria o da riscatto, con esclusione dei contributi figurativi. Serve però una pensione di almeno 3 volte l'assegno sociale, pari a 1.638,72 euro lordi al mese nel 2026. La soglia scende a 2,8 volte (1.529,47 euro) per le madri con un figlio e a 2,6 volte (1.420,22 euro) per le madri con due o più figli. La pensione decorre tre mesi dopo la maturazione dei requisiti. Fino all'età della pensione di vecchiaia l'assegno non può superare 5 volte il trattamento minimo, cioè 3.059,25 euro lordi al mese nel 2026.

Pensione di vecchiaia a 67 anni. Servono 20 anni di contributi e, per i contributivi puri, un importo almeno pari all'assegno sociale. Fino al 2023 la soglia era di 1,5 volte. La legge di bilancio per il 2024 l'ha portata a 1 volta.

Pensione di vecchiaia contributiva a 71 anni. Chi non raggiunge le soglie precedenti può uscire a 71 anni con almeno 5 anni di contribuzione effettiva, senza alcun importo minimo.

La possibilità di usare la previdenza complementare. Una norma precedente consentiva di sommare la rendita di un fondo pensione per raggiungere la soglia della pensione anticipata. Non è mai diventata operativa per la mancanza del decreto attuativo ed è stata abrogata dalla legge di bilancio per il 2026, la legge 199 del 2025.

Il passo successivo è capire quale montante serve per superare queste soglie. Il calcolo inverso è semplice: si moltiplica la soglia mensile per 13 e si divide il risultato per il coefficiente dell'età di uscita.

html

<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Uscita e soglia (valori 2026)</th>
      <th>Importo minimo mensile lordo</th>
      <th>Montante minimo con il coefficiente a 64 anni (5,088%)</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Anticipata contributiva, 3 volte l'assegno sociale</td>
      <td>1.638,72 euro</td>
      <td>circa 418.700 euro</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Anticipata contributiva per le madri con un figlio, 2,8 volte</td>
      <td>1.529,47 euro</td>
      <td>circa 390.800 euro</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Anticipata contributiva per le madri con due o più figli, 2,6 volte</td>
      <td>1.420,22 euro</td>
      <td>circa 362.900 euro</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>

Per la pensione di vecchiaia a 67 anni, con soglia pari a 1 volta l'assegno sociale e coefficiente del 5,608%, il montante minimo è di circa 126.600 euro.

Questi valori aiutano a vedere quanto sia selettiva l'uscita a 64 anni. Un montante di oltre 400.000 euro corrisponde, per un dipendente, a contributi del 33% su una retribuzione media di oltre 30.000 euro lordi l'anno, mantenuta per circa quarant'anni e sostenuta da una rivalutazione regolare. Chi ha avuto carriere discontinue, lunghi periodi di part-time o retribuzioni basse difficilmente raggiunge la soglia. Il requisito minimo dei 20 anni di contributi, da solo, quasi mai basta: nella pratica il vincolo vero è l'importo.

Che cosa cambia dal 2027

La legge di bilancio per il 2026 ha fissato l'adeguamento dei requisiti alla speranza di vita in forma graduale. Per la generalità dei lavoratori i requisiti aumentano di un mese dal 1° gennaio 2027 e di altri due mesi dal 1° gennaio 2028.

html

<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Canale di uscita</th>
      <th>Requisito 2026</th>
      <th>Dal 1° gennaio 2027</th>
      <th>Dal 1° gennaio 2028</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Pensione di vecchiaia</td>
      <td>67 anni</td>
      <td>67 anni e 1 mese</td>
      <td>67 anni e 3 mesi</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Pensione anticipata contributiva</td>
      <td>64 anni e 20 anni di contributi effettivi</td>
      <td>64 anni e 1 mese, 20 anni e 1 mese di contributi</td>
      <td>64 anni e 3 mesi, 20 anni e 3 mesi di contributi</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Pensione di vecchiaia contributiva</td>
      <td>71 anni e 5 anni di contributi effettivi</td>
      <td>71 anni e 1 mese</td>
      <td>71 anni e 3 mesi</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Pensione anticipata ordinaria, senza vincolo di età</td>
      <td>42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne)</td>
      <td>42 anni e 11 mesi</td>
      <td>43 anni e 1 mese</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>

Sono previste esenzioni per i lavori usuranti, i lavoratori notturni e le mansioni gravose, a condizioni specifiche di anzianità contributiva. Con la stessa legge si sono chiuse Opzione Donna e Quota 103. Chi aveva maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2025 può comunque ancora esercitarle.

Va distinto ciò che è già legge da ciò che non lo è ancora. Gli aumenti dei requisiti per il 2027 e il 2028 sono norme in vigore. I coefficienti di trasformazione per il 2027-2028, invece, non sono ancora stati fissati e arriveranno con il decreto biennale. Se la speranza di vita continuerà a crescere, è ragionevole attendersi un nuovo, lieve ribasso, ma l'entità resta da verificare.

Le madri lavoratrici e il bonus nel calcolo

Per le lavoratrici con figli la riforma Dini prevede un'agevolazione specifica nel calcolo contributivo, poco conosciuta. Per ogni figlio la lavoratrice può ottenere un anticipo di quattro mesi sull'età pensionabile, fino a un massimo di dodici mesi. In alternativa può scegliere di applicare alla propria pensione un coefficiente più favorevole: quello dell'età superiore di un anno, con uno o due figli, oppure di due anni, con tre o più figli.

Alla luce della tabella dei coefficienti, la seconda opzione ha un peso economico concreto. Una lavoratrice che esce a 67 anni con due figli può vedersi applicare il coefficiente dei 68 anni, il 5,808% invece del 5,608%. Su un montante di 300.000 euro significa circa 600 euro lordi in più all'anno, per tutta la durata della pensione. Questa agevolazione si aggiunge alla soglia ridotta per la pensione anticipata contributiva, ma le due cose restano distinte.

Che cosa il calcolo non dice

Montante per coefficiente dà la pensione lorda iniziale. Tra questo dato e il reddito effettivamente disponibile negli anni successivi ci sono diversi passaggi.

Le tasse. L'assegno è soggetto a IRPEF e addizionali regionali e comunali. L'importo netto dipende dagli scaglioni e dalle detrazioni per redditi da pensione, quindi due assegni lordi diversi non mantengono necessariamente la stessa distanza al netto.

La perequazione. Una volta liquidata, la pensione viene adeguata ogni anno all'inflazione con un meccanismo a fasce. Per il 2026 l'indice provvisorio è dell'1,4%: si applica per intero fino a quattro volte il trattamento minimo, al 90% tra quattro e cinque volte e al 75% oltre. Il meccanismo non riguarda il calcolo iniziale, ma incide sul potere d'acquisto nel tempo.

Il ritardo nella rivalutazione. Come visto, gli ultimi due anni di contributi entrano nel montante senza rivalutazione. Le simulazioni che applicano un tasso uniforme a tutta la carriera tendono a gonfiare leggermente il risultato.

La quota retributiva per i misti. Per chi ha contributi prima del 1996 l'effetto dell'età di uscita è attenuato, perché la parte retributiva non dipende dai coefficienti. Il confronto tra età diverse, per i misti, va fatto sulla sola quota contributiva.

L'incertezza sui coefficienti futuri. Chi pianifica un'uscita nel 2028 o oltre deve sapere che i valori della tabella saranno diversi da quelli attuali. Considerare un ribasso di qualche decimale è più prudente che usare i valori 2025-2026 come se fossero definitivi.

Come leggere la propria posizione

Il punto di partenza è l'estratto conto contributivo, consultabile nell'area riservata del sito INPS con SPID, CIE o CNS. L'estratto riporta i contributi accreditati anno per anno e permette di individuare buchi, periodi mancanti o accrediti da regolarizzare. L'INPS mette a disposizione anche il servizio "La mia pensione futura", che stima l'importo a diverse età di uscita, con ipotesi di crescita del PIL e delle retribuzioni che l'utente può verificare.

Per chi è vicino al pensionamento le domande utili sono essenzialmente quattro. Quale montante risulta oggi? A quale età si raggiungono i requisiti minimi di contribuzione? L'importo stimato supera la soglia del canale di uscita che interessa? Quanto cambierebbe l'assegno spostando l'uscita di uno, due o tre anni? Per i casi complessi, con carriere miste, periodi all'estero o gestioni diverse, è opportuno rivolgersi a un patronato o a un consulente previdenziale.

Il contributivo ha reso la pensione più trasparente: in teoria chiunque può ricostruire il proprio assegno con una calcolatrice. In pratica, il sistema trasforma ogni anno di anticipo in un costo misurabile e ogni anno di permanenza al lavoro in un aumento misurabile. Conoscere questi numeri prima di decidere non cambia le regole, ma permette di scegliere sapendo quanto vale ogni anno.