Il Primo Maggio 2026 ha portato con sé un dato che merita di essere letto con attenzione, senza il filtro delle narrazioni catastrofiste né quello dell'ottimismo di comodo. Secondo il report FragilItalia Lavoro, presentato proprio in quella data, il 42% degli occupati italiani si sente sostituibile da macchine o intelligenza artificiale. Di questo 42%, il 13% vive questa sensazione in modo costante, il 29% la avverte spesso.

Non è paura irrazionale. È una percezione che si alimenta di dati reali, di cambiamenti tangibili nel modo in cui le aziende assumono, selezionano e organizzano il lavoro. E che arriva in un momento in cui l'Italia non ha ancora trovato una risposta strutturale alla domanda più scomoda: chi governa la transizione, e per chi?

L'adozione dell'IA nelle imprese italiane è raddoppiata in un anno

Il primo dato che conta è quello sull'adozione. Secondo i dati più recenti confermati dall'ISTAT, la quota di imprese italiane che utilizza sistemi di intelligenza artificiale è passata dall'8% al 16,4% in un solo anno. Un raddoppio in dodici mesi, in un Paese storicamente lento nell'adozione tecnologica.

Questo non significa che metà delle aziende italiane stia sostituendo lavoratori con algoritmi. Significa che l'IA è entrata nei processi produttivi, nelle pipeline di screening dei CV, negli strumenti di assistenza al cliente, nella gestione dei magazzini, nell'ottimizzazione delle catene di approvvigionamento. Spesso in modo invisibile. Spesso senza che i lavoratori sappiano che le decisioni che li riguardano vengono elaborate, in parte, da sistemi automatizzati.

Il rapporto dell'Unione Europea su AI e lavoro è esplicito in merito: l'AI Act, entrato in vigore il 1 agosto 2024 e pienamente applicabile dal 2 agosto 2026, classifica come sistemi ad alto rischio quelli utilizzati in ambiti come occupazione, gestione dei lavoratori e accesso al lavoro. Questo significa che le aziende che usano l'IA per assumere, valutare le performance o decidere promozioni e licenziamenti devono rispettare obblighi rafforzati di trasparenza e supervisione umana. Quanti lo fanno davvero è una domanda ancora aperta.

Il rapporto Anitec-Assinform: 5,7 miliardi di ore liberate ogni anno

Il 21 aprile 2026, a Roma, è stato presentato il rapporto "L'IA nel mercato del lavoro italiano", realizzato da Anitec-Assinform — l'Associazione di Confindustria che raggruppa le imprese ICT — in collaborazione con il Politecnico di Torino.

Il dato più significativo del rapporto: a pieno regime, l'intelligenza artificiale potrebbe liberare in Italia 5,7 miliardi di ore lavorative all'anno. Non è tempo sottratto alle persone. È tempo che i sistemi automatizzati restituiscono, in teoria, per attività a maggior valore aggiunto — analisi, creatività, relazione, decisione.

La parola chiave è "in teoria". Perché il modo in cui queste ore vengono redistribuite dipende da scelte politiche, contrattuali e aziendali che non sono ancora state fatte. Un'ora liberata dall'algoritmo può diventare un'ora di formazione, un'ora di lavoro ridotto con lo stesso salario, oppure semplicemente un'ora che giustifica l'assunzione di un lavoratore in meno. La tecnologia non decide. Decidono le persone che la governano.

La porta che si chiude per i giovani

C'è un segnale che il rapporto Anitec-Assinform definisce con chiarezza e che merita attenzione specifica: nelle professioni più esposte all'IA, l'assunzione di profili entry-level sta rallentando in modo sensibile.

Le aziende non licenziano chi è già dentro, perché l'esperienza senior serve a governare gli algoritmi, a supervisionare gli output, a gestire i casi che la macchina non sa risolvere. Ma chiudono le porte d'ingresso. Junior developer, assistenti legali, analisti junior, copywriter, operatori di data entry, addetti al customer care e al back-office erano spesso i lavori che permettevano ai giovani di entrare nel mondo del lavoro, imparare, costruire un percorso. Sono esattamente quelle posizioni che l'IA sta erodendo per prime.

Questo dato si incrocia con quello dell'ILO, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, che in un brief del 2026 indica che le donne hanno una potenziale esposizione alla GenAI del 24,1%, contro il 17,8% degli uomini, e rappresentano il 55,5% dei lavoratori potenzialmente esposti. Le ragioni sono strutturali: le donne sono maggiormente concentrate in occupazioni amministrative, clericali e di supporto — esattamente le categorie più esposte all'automazione.

Il combinato disposto di giovani che non riescono ad entrare e donne concentrate nelle professioni più automatizzabili disegna un rischio di polarizzazione del mercato del lavoro che va affrontato con politiche mirate, non con dichiarazioni di principio.

La Strategia Italiana per l'IA 2024-2026: cosa prevede

Il Ministero del Lavoro ha istituito un Osservatorio sull'adozione dei sistemi di intelligenza artificiale nel mondo del lavoro, con il mandato di monitorare, analizzare e anticipare l'impatto delle tecnologie di IA su aziende e lavoratori.

La Strategia Italiana per l'IA 2024-2026, elaborata dal Governo, affronta il tema dell'impatto occupazionale attraverso tre lenti: l'esposizione delle professioni all'IA, le competenze necessarie per la transizione, e lo skill mismatch tra domanda e offerta di profili STEM. Su quest'ultimo punto i dati sono preoccupanti: l'Italia registra uno dei gap più elevati in Europa tra la domanda di competenze digitali avanzate da parte delle imprese e la disponibilità di profili con quelle competenze nel mercato del lavoro.

Il problema non è solo quantitativo. È anche qualitativo. Le imprese cercano profili capaci di lavorare con i sistemi di IA, non solo di usarli. Cerche persone che sappiano valutare l'output di un algoritmo, riconoscerne i bias, capire quando fidarsi e quando no. Questa competenza — chiamata AI literacy nelle politiche europee — non si acquisisce in un corso online di quarantotto ore.

La domanda che la politica evita

Il 65,5% degli italiani esprime preoccupazione per gli impatti occupazionali dell'intelligenza artificiale. Il 42% degli occupati si sente sostituibile. L'adozione dell'IA nelle imprese è raddoppiata in un anno.

Questi numeri non giustificano il catastrofismo: la storia delle rivoluzioni tecnologiche insegna che i lavori che scompaiono vengono tendenzialmente sostituiti da altri, anche se la transizione è dolorosa e non distribuisce equamente i costi e i benefici. Ma giustificano una domanda precisa, che la politica italiana continua a eludere: quali strumenti concreti esistono per chi perde il lavoro a causa dell'automazione, e chi finanzia la formazione necessaria per rientrare nel mercato?

Il reddito di continuità, la formazione continua finanziata, la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, i contratti di espansione che combinano uscite e nuove assunzioni: sono strumenti che esistono nel dibattito europeo e che in altri Paesi vengono già applicati. In Italia, il dibattito sull'IA e il lavoro oscilla tra la celebrazione delle opportunità e la denuncia dei rischi, senza mai arrivare alle misure strutturali.

Il rapporto FragilItalia consegna al dibattito pubblico un dato che dovrebbe orientare le priorità: l'intelligenza artificiale non entra soltanto nei software aziendali. Entra nella percezione di sicurezza delle persone, nella possibilità di incidere sulle decisioni che riguardano la propria vita professionale, nel modo in cui una persona misura il valore del proprio contributo.

Governare questa transizione non è solo una questione economica. È una questione di coesione sociale.