C'è un modo per capire in quanto tempo si degrada un sistema sanitario pubblico: si misurano i tempi di attesa, si contano i medici che se ne vanno, si guarda quante persone rinunciano alle cure perché non riescono ad accedervi. In Italia, questi numeri vengono raccolti regolarmente da istituzioni serie. E raccontano una storia che il dibattito politico non riesce ad affrontare con la stessa continuità con cui i problemi si accumulano.

Un pronto soccorso su quattro con meno della metà dei medici

Il dato più emblematico della crisi arriva dalla Società Italiana di Medicina d'Emergenza Urgenza, la SIMEU. La loro indagine — condotta su un campione di circa 50 pronto soccorso rappresentativi del 12% del totale nazionale, responsabili di oltre 2,3 milioni di accessi nel 2024 — fotografa una situazione che avrebbe dovuto generare un'emergenza politica. Non è successo.

Secondo i dati SIMEU, il 26% delle strutture opera con una copertura di personale medico inferiore al 50% di quello previsto. Il 39% si colloca tra il 50% e il 75%. Solo il 31% raggiunge una copertura superiore al 75%. Il 100% della copertura teorica rimane un obiettivo che nessun pronto soccorso ha dichiarato di essere in grado di raggiungere.

"Questi dati confermano come la crisi del personale medico continui a rappresentare un elemento fortemente critico nel sistema dell'emergenza urgenza", ha dichiarato Alessandro Riccardi, presidente nazionale SIMEU, aggiungendo che senza interventi strutturali si renderà necessario continuare a ricorrere a soluzioni tampone: prestazioni aggiuntive, cooperative esterne, medici di altri reparti assegnati all'emergenza.

Le cause sono documentate. La progressiva scadenza dei contratti legati alla pandemia. La difficoltà nel reclutamento di nuovi medici di emergenza, una specialità considerata tra le più pesanti per carichi di lavoro, turni e responsabilità. I pensionamenti che superano le nuove assunzioni. Le dimissioni volontarie di chi ha raggiunto il limite della sostenibilità.

I 93mila medici che hanno scelto di uscire

Il dato che chiarisce meglio la natura strutturale della crisi viene dalla Fondazione GIMBE, che ha presentato le proprie analisi al Parlamento nel gennaio 2026. Il problema dell'Italia, secondo GIMBE, non è la mancanza di medici in termini assoluti. È la loro fuga progressiva dal Servizio Sanitario Nazionale.

Quasi 93mila medici non lavorano nel SSN. Non mancano i laureati — negli ultimi anni i posti a medicina sono cresciuti in modo consistente, e i pensionamenti risultano compensati sul piano numerico. Mancano le condizioni per trattenere nel pubblico chi ha la laurea e il titolo di specializzazione.

I settori più colpiti sono quelli strategici: medicina generale, emergenza-urgenza, laboratori, medicina del territorio. Specialità centrali per il funzionamento del sistema, ma quelle in cui il divario tra carico di lavoro, responsabilità e compenso economico rispetto al settore privato è più evidente. Nel 2023, secondo SIMEU, erano 4mila i medici di emergenza-urgenza mancanti rispetto al fabbisogno. Di quelli che hanno lasciato il pronto soccorso in quell'anno — 1.033 uscite registrate — il 45% non è stato sostituito.

Per coprire i turni, gli ospedali hanno adottato soluzioni che SIMEU stessa definisce "tampone": contratti atipici nel 54% dei casi, medici di altri reparti nel 48%, specializzandi nel 32%, cooperative private nel 28%. Soluzioni che funzionano nel breve termine e che producono instabilità nel medio.

Le liste d'attesa: un sistema che non rispetta le proprie regole

L'accesso alle cure specialistiche in Italia è regolato da norme che fissano tempi massimi in base alla priorità clinica: urgente entro 72 ore, breve entro 10 giorni, differibile entro 30 giorni per le visite e 60 per gli esami diagnostici, programmabile entro 120 giorni.

I dati mostrano che queste regole vengono rispettate in una minoranza dei casi. Secondo Altroconsumo, più della metà delle visite specialistiche — il 52% — e più di un terzo degli esami diagnostici — il 36% — superano i tempi massimi previsti. Le attese medie raggiungono i 105 giorni. E il paradosso più grave è che spesso sono proprio le visite con priorità più alta a non rispettare i tempi stabiliti.

Il sondaggio IPSOS dipinge un quadro coerente con questi dati: il 73% degli italiani individua come principale criticità del sistema sanitario i tempi di attesa per gli esami diagnostici; il 67% segnala le difficoltà per la prima visita specialistica; il 58% cita la carenza di personale medico e sanitario.

Le conseguenze sono documentate. Secondo il rapporto Censis-FNOMCeO, circa 4 milioni di italiani hanno rinunciato a cure e accertamenti a causa delle lunghe attese. Più della metà dei pazienti, in un'analisi recente sui dati delle liste d'attesa 2026, dichiara di aver sostenuto spese sanitarie di tasca propria per aggirare i tempi del pubblico. Il 55% riferisce di aver rinunciato almeno una volta a visite o esami necessari.

Il divario tra regioni e il rischio dell'autonomia differenziata

La crisi non è distribuita uniformemente sul territorio. Le disparità regionali sono strutturali e, secondo i dati disponibili, si stanno approfondendo.

In materia di medicina generale, il 71% dei medici di medicina generale della Lombardia ha oltre 1.500 assistiti — un carico considerato al limite della sostenibilità — così come il 66,3% in provincia di Bolzano e il 64,7% in Veneto. Ma sono le regioni del Sud a presentare le criticità più acute in termini di servizi effettivi e di capacità di trattenere personale.

La Fondazione GIMBE ha calcolato che, nel 2026, il numero di medici di medicina generale sarà inferiore di 135 unità rispetto al 2022. La perdita non è uniforme: Campania, Lazio e Puglia perderanno rispettivamente 384, 231 e 175 medici, mentre alcune regioni del Nord registreranno un saldo attivo. Questo divario si traduce concretamente in un accesso alle cure sempre più dipendente dalla regione in cui si vive.

In questo contesto, il percorso verso l'autonomia differenziata in sanità — con le prime pre-intese firmate tra Governo e alcune Regioni — solleva interrogativi fondamentali. Se i Livelli Essenziali di Prestazione non vengono finanziati in base ai costi reali dei servizi, ma attraverso un fondo ripartito per numero di abitanti senza tenere conto delle capacità organizzative delle singole regioni, le diseguaglianze esistenti rischiano non di essere ridotte, ma di essere istituzionalizzate.

La fuga verso il privato: chi può permettersela

Il risultato finale di questa serie di disfunzioni è un progressivo scivolamento verso la sanità privata per chi ha le risorse economiche, e una riduzione effettiva delle cure per chi non le ha.

I pazienti che non riescono a ottenere una visita specialistica nei tempi previsti dal SSN si trovano di fronte a una scelta: aspettare mesi, a volte anni, oppure pagare di tasca propria. Il costo di una visita specialistica privata oscilla tra i 100 e i 300 euro a seconda della disciplina. Per chi lavora con un contratto a tempo indeterminato e un salario medio, è una spesa sostenibile con sacrificio. Per chi ha un contratto atipico, è a tempo determinato o è pensionato con assegno minimo, può essere inaccessibile.

L'Italia costituzionalmente garantisce il diritto alla salute. Il SSN è stato costruito su quel principio nel 1978. Il sistema sta ancora funzionando — gli ospedali sono aperti, i medici lavorano, i pronto soccorso rispondono. Ma funziona con un margine di resilienza che si restringe ogni anno. E quando un sistema si avvicina ai propri limiti strutturali, è il momento meno adatto per ridurre l'attenzione politica e le risorse.

I numeri presentati in questo articolo vengono da SIMEU, GIMBE, ISTAT, OCSE, Altroconsumo, Censis, ILO. Non sono dati di parte. Sono la fotografia di un sistema che chiede di essere discusso con la stessa serietà con cui lavora ogni giorno chi lo tiene in piedi.